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La mia storia è simile a quella di molti altri ragazzi di Emmaus: sono stata abbandonata e ho vissuto per anni in orfanotrofio. Quando ho incontrato Emmaus, ho incontrato degli amici che hanno visto in me un valore, qualcosa di speciale e prezioso. La mia vita è cambiata.
Quando è scoppiata la guerra, Elena è venuta a casa nostra per dirci che saremmo dovuti partire la mattina seguente. L’unica cosa che siamo riusciti a conservare e portare dall’Ucraina è la nostra amicizia, siamo riusciti a portare con noi quella casa fatta di rapporti, di amore e di affetto.
In Italia abbiamo trovato tanti amici che ci hanno accolto come se ci stessero aspettando da sempre e questo mi ha aiutato a vedere dei punti di luce anche in un contesto così doloroso come quello della guerra.
Quando parlo di Emmaus non parlo di un’organizzazione, perché per me è una famiglia che ti ama. E sono felice di essere parte di questa famiglia.
Sono nata con una disabilità per cui ho frequentato delle scuole speciali. Ero molto brava, ma spesso mi sentivo sola perché le persone parlavano con me solo quando avevano bisogno di qualcosa. Quando ho finito gli studi mi hanno invitato a collaborare con la Bottega di Emmaus. Insieme alle altre ragazze abbiamo iniziato a preparare una produzione molto varia. Per la prima volta delle persone stavano con me non perché avevano bisogno di qualcosa da me, ma perché mi volevano bene. Ero felice.
Poi è scoppiata la guerra. Il 2 marzo sono partita da Kharkiv insieme ai miei genitori per lasciare l’Ucraina. Sono arrivata in Italia l’8 marzo (489 giorni fa) a Novazza dove c’erano gli altri di Emmaus, mentre i miei sono andati in Svizzera.
Non si può descrivere a parole che cosa significhi vivere quando a casa tua c’è la guerra… Il dolore di vedere la mia amata città che viene distrutta è insopportabile e verrebbe da pensare che si potrà tornare a vivere davvero solo quando la guerra sarà finita. Ma capisco che non si può mettere in pausa la vita e la cosa più importante per me è capire quanto questa sia preziosa. Mi aiuta molto non essere da sola: ora vivo con persone di cui posso fidarmi, che mi aiutano e mi vogliono bene.
Continuo a vivere.
Storia di Artur
Storia di Ira
Storia di Zhanna e Denys
Mi chiamo Zhanna e sto crescendo mio figlio Denys, che è affetto da autismo. Ho anche una figlia più grande che è neurotipica, quindi ho visto la differenza nel loro sviluppo fin da quando erano piccoli. Denys non mi guardava negli occhi, non rispondeva al suo nome, non parlava. Poi ha preso il volo: continuava a non rispondere quando lo chiamavo, a non dialogare, a non seguire le istruzioni, ma le poesie, le canzoni, le favole uscivano a fiumi, era impossibile fermare questo flusso di parole.
Abbiamo trascorso il primo anno e mezzo dell’invasione su larga scala nel villaggio. Denys era relativamente al sicuro lì, ma aveva una comunicazione minima con la gente. Siamo tornati a Kharkiv, nell’ottobre del 2023. Denys ama la città: i tram, la metropolitana, le passeggiate lungo le strade, l’argine del fiume. Ed è molto turbato dalla distruzione. Ora, quando vede case distrutte, dice con il mio tono di voce: “Sì, figliolo, l’hanno bombardata”. E lo ripete tante volte.
Quando ho iniziato a cercare dei posti dove potessimo andare con lui, ero preoccupata per mio figlio. Come si sarebbe sentito e comportato nel nuovo ambiente? Ma tutto è andato bene. È diventato parte della comunità. Una parte della società. Sono molto contenta di essere venuta a Emmaus. Mi dà speranza.